Impossibile guarire dal mal d'Africa
Una settimana fa ero ancora a Parigi, dentro la mia casa, a bere vino e a piangere la mia partenza. Ero con te, caro coinquilino, che in sei mesi per un gioco curioso del destino mi sei stato compagno, fratello, estraneo, odiato, amato.
Quanto è difficile partire, quanto è difficile lasciare la propria casa, la propria vita, per ritornare in una vita che ormai non ti appartiene più, per ritornare da chi vuol farti credere che quello che hai vissuto fin'ora in terra straniera è stata solo una parentesi; a chi mi disse questo, risposi che la mia esperienza parigina non fu una parentesi, bensì un punto di inizio.
Sono qui da una settimana e non riesco a dire nulla, non posso. A chi mi chiede della mia esperienza, rispondo che ancora è troppo presto per parlarne, perchè la mia anima è ancora lì, nella mia vecchia casa, con il mio coinquilino, lungo la senna, lungo il canale di Versailles, sotto il sacro cuore, dentro la linea 4, a Nogent le roi, tra gli incensi di Notre Dame, di fronte la fontana Saint Michel, all'ile de la cité con il caro Flo a bere saké e a salutare i bateaux che deturpano la Senna, in rue au Maire, tra le lenzuola di un vecchio e umido appartamento ( come lo chiamasti tu, ricordi?).
Ma l'unica cosa che sento di dire è au revoir, perchè il mio ritorno a Palermo non è nè un addio, nè il capitolo finale dopo un ultimo tango a Parigi.
Ieri, mentre il treno mi riportava a Parigi, ho finito di leggere le Memorie dal sottosuolo. E' il libro che segna l'inizio del secondo periodo di Dostoevkij, quello che analizza le problematiche del male e della malvagità umana, senza temere di esplorare i profondi abbissi del sottosuolo. Luigi Pareyson nel saggio "Dostoevskij e il male" afferma che all'autore si deve il merito di aver scoperto la malvagità umana, dimostrando che in fondo il detto socratico secondo il quale si compirebbe il male per ignoranza, fa acqua da tutte le parti, perchè in questo caso si negherebbe alla volontà umana la capacità di esprimersi anche sul versante negativo a a-morale delle sue possibili scelte. Con un geniale senso dell'ironia Dostoevskij infatti ci chiede: "Chi è stato il primo a dichiarare che l'uomo commette masclazonate soltanto perchè non conosce i suoi autentici interessi?" ( esordio cap VII).
Confutando questa tesi, egli afferma che l'uomo di fatto è dominato dalla sua libera volontà, o dal libero arbitrio diremmo noi; ed è proprio l'affermazione di questa e la sua estrema dimostrazione, che spinge l'autore a scavare nei lati più oscuri della sua anima e dell'animo umano in generale, vincendo una volta e per tutte il secolare tabù e dimostrando di contro che dentro ciascuno di noi, si nasconde un'anima depravata e malvagia, che i cavalli neri stanno sempre all'erta nell'attesa di poterci sopraffare. Se così non fosse, Se in noi non vi fosse l'alternativa tra il bene ed il male, se non vi fosse un libero arbitrio, ma se tutto fosse predestinato dalle leggi della natura alla quaiel apparteniamo, cosa ci renderebbe diversi da un qualsiasi oggetto inanimato, dal tasto di un piano forte ? L'autore ci invita a considerare che la volontà umana non può essere sottoposta a leggi aritmetiche immutabili ed eterne, leggi capaci di determinare e calcolare tutte le nostre future azioni ( meravigliosa critica al positivismo, e mai come ora attuale, considerando certe teorie di alcune branche del cognitivismo, alla quale tra l'altro si riallaccia Dennett), perchè la volontà umana, che più di ogni altra cosa ci determina in quanto uomini, finirebbe con il costringerci a diventar folli, pur di vincere le cosidette leggi della natura -di illuministica memoria- che in qualche modo ci intrappolerebbero dentro la gabbia della calcolabilità aritmetica.
Eccoci qui di fronte ad una delle pagine più belle e maledettamente vere del libro: l'uomo è fatto di volontà, e su questo non si discute. Tuttavia viviamo schiavi delle leggi e delle convenzioni sociali e religiose, secondo il quale, pur volendo, sarebbe impossibile compiere e scegliere il male, pena la persecuzione. E non vi è nulla di più sacrosantamente vero, rifletteteci. Quindi in realtà siamo costretti a reprimere quelle che sono le nostre reali attitudini, per indossare gli abiti sociali, quegli abiti che ci rendono determinati e controllabili, alla quale sacrifichiamo una parte di noi stessi, sacrificio pagato di fatto a caro prezzo, se consideriamo tutte le malattie sociali e le nevrosi da cui siamo affetti.
"Voi credete nel palazzo di cristallo,indistruttibile, come in un luogo in cui non si potrà nè tirar fuori la lingua di nascosto, ne fare un gestaccio con la mano in tasca. Forse è per ciò che quest'edificio mi fa paura, così di cristallo e così indistruttibile, che non puoi neppure di nascosto tirar fuori la lingua. Ma vedete, se al posto del palazzo ci fosse un pollaio e piovesse, io, forse, mi infilerei nel pollaio per non inzupparmi, ma non per questo scambierei il pollaio per un palazzo, grato del fatto che mi ha riparato dalla pioggia.. (...) Non badate al fatto che poco fa sono stato io a rifiutareil palazzo di cristallo unicamente perchè non si possono fare le smorfie con la lingua. Lo dicevo non perchè mi piaccia tanto tirar fuori la lingua. Forse io mi sono arrabbiato perchè fra tutti i vostri palazzi, non se ne trova uno, finora, in cui si possa tirar fuori la lingua. ( ...) Ma del resto, sapete, io sono convinto che il "fratello" del sottosuolo occorre tenerlo a freno. E' capace di starsene zitto, per quarant'anni, nel sottosuolo, ma appena esce dalla luce esplode, e comincia a parlare, parlare, parlare...". (cap. X)
Attraverso questo percorso arriviamo alla nota similitudine secondo il quale il male equivarrebbe alla libertà. Dostoevskij ci avverte: essere liberi non vuol dire per forza andare alla ricerca del meglio oggettivamente conveniente, anzi, l'essere totalmente liberi,e quindi il poter compiere anche il male, ci porta in una dimensione talmente caotica e per certi versi irrazionale, tale da autodistruggerci. Infatti Tutti i personaggi dostoevskijani, tutti quelli che compiono il male per volontà e non per "ignoranza", considerando che quel geniaccio in tutti i suoi romanzi ci pone sempre di fronte alle due categorie umane, finiscono con il distruggere e con l'autoditruzione. Prendendo come esempio il personaggio delle Memorie, egli ha scelto il sottosuolo, il pollaio, la vita da ratto, al palazzo di cristallo, al perbenismo, alla vita da uomini. Ma la sua è pur sempre una scelta estrema, una scelta che ha già distrutto la sua dignità sociale in diverse occasioni, e che si riversa contro la prostituta che egli incontrerà durante i capitoli finali del romanzo, con il solo scopo di annientarla, ma in realtà di annientare se stesso.
Dostoevskij, così come De Sade, della quale tra un po' parleremo, ci pone di fronte alla libertà estrema per metterci di fronte al paradosso dentro la quale viviamo: la nostra libetà che è una libertà illusoria, è determinata dalle leggi e dal contesto sociale entro la quale viviamo, limitazione che di fatto regola il nostro essere nella società, e che dona un certo ordine, un certo impedimento alla distruzione. D'altro canto però, l'uomo ama distruggere perchè è nella sua natura: attraverso la distruzione egli intravede quello che ancora potrà costruire, vede la realtà come continua ed infinita, e come infinitamente determinabile.Questo senso dell'infinito fa parte della natura umana stessa. E' come se dentro l'uomo dimorassero le leggi del polemos eracliteo, attraverso la quale, anche se per breve tempo, è possible ottenere l'armonia dei contrari. Tuttavia la sua tendenza all'infinito, al caos, alla libertà assoluta e radicale, è limitata dal suo contesto sociale, limitazione che come noterà Freud, attraverso la creazione di tabù e di limitatori sociali, di fatto rendono l'essere umano represso e nevrotico. Concludendo, è per questo motivo, che l'uomo del sottosuolo, preferisce all'essere uomo l'essere intelligente: l'uomo intelligente di fatto comprende questo movimento del reale, e rifiuta di vivere secondo le leggi dell'uomo di natura, rifiutando persino ogni tendenza ad una reale attività, e rifugiandosi nella passività del sottosuolo.
Nella storia della letteratura occidentale, Dostoevskij non è il solo ad aver dato fomrma ed espressione al parallelismo tra libertà e male. Senz'altro è stato il primo ad averlo messo in evidenza e ad analizzarlo, scavando nell'animo umano, ma non per questo bisogna dimenticare gli scritti di De Sade, che pagò la sua ribbelione con la persecuzione.
Come scrissi in qualche post fa , sarebbe errato considerarlo come un semplice scrittore pornografo di fine settecento, in quanto bisogna tenere presente che, dietro a tutta la depravazione letteraria di cui fu capace, si nasconde un profondo animo rivoluzionario, e una profonda critica sociale. Non a caso, del resto, De Sade vive ed opera sullo sfondo della rivoluzione francese, periodo di gran fermento socio-culturale, che spinse tra l'altro, molti intellettuali, e tra i quali Kant, a riflettere non solo sulla rivoluzione, ma in qualche modo a fondare nuovi approcci teoretici per vecchi temi.
Pensiamo alla società nella quale De Sade vive, non molto diversa sotto certi aspetti da quella di Dostoevskij. Il palazzo di cristallo di cui ci parla Dostoevskij appartiene anche al mondo di De Sade, e quest'ultimo, propone le sue alternative per cercarcare di imbrogliarlo, per cercare di fare le linguacce senza che nessuno se ne accorga. Nello scritto La Philosophie dans le boudoir l'avvenente marchesa invita l'inesperta Eugenie a compiere liberamente qualsiasi cosa ella voglia, a togliersi qualsiasi capriccio, così come tra l'altro faceva ella stessa, ma purchè nessuno al di fuori della sua casa, ne venisse al corrente. L'invito della marchesa, infondo esprime pienamente l'ipocrisia della morale aristocratica e borghese, ovvero "fai quello che vuoi, ma purchè gli altri non sappiano, e maggiore è la tua depravazione nel privato, tanto maggiore deve essere la tua virtù pubblica". De Sade stesso è un uomo appartenente all'aristocrazia del decadente ancien régime, chi meglio di lui può conoscere tutti i vizi che si celano dietro un'apparente perbenismo? A differenza di Dostoevskij egli non pone al palazzo di cristallo l' alternativa del sottosuolo, del lurido pollaio, ma ci spiega come riuscire ad uscir fuori la lingua dentro il palazzo stesso e senza che nessuno se ne accorga. In fin dei conti, quella di De Sade, è una denuncia; attraverso i suoi scritti egli denuncia il bigottismo del mondo decadente di cui fa parte, ( e sarà, tra l'altro, questo stesso mondo a rinchiuderlo nel manicomio di Charenton, costringendolo ad una fine squallida e miserevole), ed esagerando i parametri, come in una divertente burla, si prende la libertà di svelare quello che deve rimanere celato, ovvero le abitudini e le perversioni sessuali dei suoi contemporanei. Ma gli scritti di de Sade sono un'arma a doppio taglio: se da una parte denunciano, dall'altro vorrebbero invitarci a vivere più liberamente i nostri istinti, ad abbandonarci senza malizia all'innocenza dei sensi, soprattutto a guardare in faccia l'essere umano per quello che è : un animale che vive di desiderio. In altri scritti di De Sade, si cominciano ad intravedere i semi di quelli che saranno gli ulteriori sviluppi nella letteratura di Dostoevskij , ovvero l'assioma Male= libertà. Mi riferisco alle 120 giornate di sodoma e a Justine, dove l'assoluta libertà da parte dei più forti, solitamente aristocratici, si accanisce contro quello che è considerato debole, e ne distrugge l' innocenza.
In coclusione: se da un lato De Sade svela un mondo fino ad allora rimasto celato, dall'altro Dostoevskij prende questo mondo e lo analizza, mostrandocene tutte le inevitabili conseguenze.
A questo punto c'è da chiedersi, se sia meglio vivere in un mondo nevrotico represso e trasparente, quale il palazzo di cristallo, oppure se rifugiarsi nell'assoluta libertà ditruttiva, ma ahimé neanche questa scevra dal malessere esistenziale, del sottosuolo.
Era una giornata di natale, un natale come tanti; le solite bancarelle natalizie gremite di gente, i negozi e le strade decorati con tante di quelle luci da fare invidia agli champs elysèes, supermercati con file chilometriche alle casse. Agata quell'anno era rientrata dall'estero per trascorrere il natale con i suoi, e la mattina del giorno di natale, si trovava ancora a casa in vestaglia e davanti il computer, per fare gli ultimi auguri di natale. "Il natale è una festa consumistica" pensava tra se, riflettendo sull' effettiva validità di quell'affermazione che ormai quasi per moda si è soliti fare, soprattutto quando si vuole preannunziare al proprio partner che quest'anno non riceverà il solito regalo. "in effetti se la mettiamo su questo piano il natale potrebbe essere una festa consumistica, se consideriamo tutti i soldi spesi tra cenone, regali, ed eventuale vacanza del capodanno. Eppure rieschia di rimanere un'affermazione banale il metterla su questo piano; se queste regole valgono per l'ambito socio-economico in generale, nel particolare non sempre è così". Agata pensò per esempio alla nonna, che inconsapevole della premessa "il natale è una festa consumistica", di fatto con molto affetto e cura aveva preparato il pranzo per i suoi figli e i suoi nipoti, e sebbene la sua pensione non potesse permetterglielo, aveva come sempre regalato le solite 50 euro ai nipoti, sebbene ormai grandicelli. Un gesto simbolico per fare loro comprendere che la nonna anche se non potrebbe, di fatto ci tiene ad essere presente e donare qualcosa ai suoi nipoti, a costo di fare sacrifici per tutto il mese. Come dire, è uno di quei casi in cui attraverso il gesto puramente materiale - gesto che potrebbe essere reputato inutile da qualche cinico lettore, che in cuor suo 'sta già meditando un'alternativa da suggerire alla nonna, per salvare capra e cavolo- è possibile rivelare lo spirito.
La giornata trascorse come sempre, e come accade in tutte le famiglie: tutti seduti attorno al tavolo, e tra un boccone e l'altro discutere di calcio, di politica, o della malandrineria combinata dalla parente x , tanto degna di biasimo. Agata rimaenva silenziosa, ascoltava tutto, e meditava sul fatto che ogni anno è sempre la stessa storia. Giunti alla fine del pranzo ecco il momento ideale per la fuga: Mentre gli uomini della famiglia si erano ritirati nelle loro stanze per dormire, le donne, indaffarate nella pulizia dei piatti, avevano iniziato a parlar male della solita parente, sempre la stessa da ormai tre anni, che puntualmente viene tirata fuori come preferito argomento di discussione natalizio, quello era il momento ideale!
Con il pretesto di dover salutare qualche amico prima della partenza che sarebbe avvenuta l'indomani, prese le chiavi della macchina e rotornò a casa.
Per le strade non c'era nessuno, il deserto; Agata immaginava tutti gli abitanti di P*** seduti a tavola a giocare a carte, a mangiare frutta secca, e a litigare o a a parlar male del solito parente x , quasi come se in quel momento, tutte le famiglie della sua città, e perchè no, del mondo intero, fossero governate da un'unica legge comportamentale, quasi come tante piccole monadi, o per dirla meglio, tante piccole parti di un gigantesco frattale.
Posteggiata la macchina, Agata passò dalla solita finestra del pianterreno, sperando in cuor suo di non dover trovare anche quel giorno la signorina dietro la finestra.
La signorina è una donna sulla sessantina, senza marito e senza famiglia. Ogni tanto c'è qualcuno che va a trovarla, qualche nipote che ogni tanto salta fuori dall'oblio, e soprattutto la gente del palazzo, con la quale ella ama intrattenersi, più che altro perchè ormai l'unica vera famiglia rimastale. Ultimo dettaglio per comprendere in pieno l'esistenza della signorina è che ella, volgarmente detto, ha una gamba zoppa, il che la costringe a dover restare sempre dentro casa e seduta dietro la finestra, vero e proprio schermo sull'esistenza che nonostante tutto, nonostante la sua condizione, continua a scorrere e a scorrerle dietro un telaio delimitato da vetri. Quando passa qualcuno di sua conoscenza, lei gentilmente e allegramente lo invita a fermarsi per qualche minuto, giusto per scambiare quattro chiacchere. Oppure osservava la vita degli abitanti del palazzo, che come in un film, a volte si manifestava davanti lo schermo dei vetri trasparenti della sua finestra. per esempio la divertiva da morire vedere che non era mai lo stesso ragazzo, la stessa macchina a venire a prendere Agata. Tra questi, aveva instaurato un rapporto di amicizia con il ragazzo più assiduo, quello che comunque nonostante quel via vai di macchine, era sempre lì, ad attenderla. Era il ragazzo più bello tra l'altro,e quello che ispirava una profonda simpatia alla signorina, divenuta quasi una confidente.
Un Giorno gli disse: " Ieri venne a prenderla uno basso e scuro...no no, sinceramente sei meglio tu, che sei alto e slanciato".
Questo era il modo in cui scorreva la sua esistenza. vivere attraverso le vite degli altri, un modo tragico e mistico nello stesso tempo e di un'agghiacciante poeticità: fra lo schermo finto del televisore e i vetri trasparenti di una finestra sul mondo, lei ha scelto la seconda alternativa.
Ma ritorniamo ad giorno di natale.
Come scrissi prima, Agata passando da quella finestra, sperò di non dover trovare la signorina seduta lì dietro, chissà magari qualcuno dei parenti si era ricordato di lei, oppure qualcuno del palazzo l'aveva invitata ad una partita a carte.
Ma il cuore di Agata si raggelò quando la vide lì dietro, addormentata e con un'espressione grave, mentre come una bambina reggeva la guancia con il pugno della mano. Agata avrebbe voluto svegliarla, entrare da lei, intrattenerla un po', ma purtroppo le mancò il coraggio, e quel buon proposito rimase soltanto un pensiero.
"Eh si, il natale è una festa consumistica, eppure chissà quanto sarebbe piaciuto alla signorina trovarsi in una tavola imbandita attorinata da parenti, mentre di mangiando frutta secca e giocando a carte, si parla male dei parenti assenti" Pensò agata mentre infilava le chiavi nella serratura del portone.
Questa non è la solita storiellina natalizia, la solita che si deve raccontare per impietosire il prossimo e fargli credere che a natale siamo utti più buoni o cazzate simili. Questo fatto e successo davvero, e succede ogni giorno al pianterreno del palazzo dove abita Agata. E' la vita che nonostante tutto, nonostante le nostre critiche o i nostri buoni propositi, continua a scorrere strafottente di tutto.

Eccomi di nuovo a Palermo; un breve intervallo dopo circa tre mesi di permanenza a Parigi.
Un piccolo stacco dalla routine che ormai mi aveva pervasa ci vuole, soprattutto perchè da lontani, quando ormai non si è più immersi in quella vita, in quel contesto è più facile tirare le somme, e soprattutto avere una visione d'insieme più critica, e meno impulsiva.
In tre mesi ho maturato molte cose, e nel bene e nel male, ho avuto l'opportunità di confrontarmi per la prima volta con un mondo, una cultura, uno stile e visione della vita diverso dal mio, e questo senza dubbio costituisce una conquista, e una fonte di ricchezza, anche se come tutte le conquiste anche questa è avvenuta con grande fatica e sofferenza.
Detto questo, cercherò di darvi un quadro di Parigi, il più dettagliato possibile, e il più lontano possibile da qualsiasi approccio simil-turistico, secondo la quale Parigi è la città più romantica del mondo o roba simile.
Da dove cominciare...sapete non è facile, soprattutto quando ti trovi a dover prima analizzare e poi descrivere una grande metropoli, luogo dove sei perennemente bombardato da così tanti imput, che il tuo povero cervello abituato a dei ritmi più tranquilli, non è in grado di sostenere.
La prima cosa che ho notato quando sono arrivata lì, oltre uno strano senso di decadenza ( sensazione che con il trascorrere del tempo mi è stata confermata da un'analisi più approfondita) è stato il ritmo frenetico delle metro, una sorta di orologio biologico e di cuore pulsante che regola le vite dei parigini; non è una banalità nè tanto meno un'esagerazione. Non a caso, quando a Parigi si vuole organizzare uno sciopero serio, capace di mettere in ginocchio un'intera popolazione, si sceglie per l'appunto di bloccare o limitare il funzionamento di questo essenziale mezzo pubblico. Camminare per le stazioni delle metro, è come camminare dentro l'essenza di questa città, dove tutto viene espresso senza mezze misure: mentre un fiume vivente composto da un crogiulo di culture segue il naturale ritmo dei fluidi, ecco il suonatore di armonica, ecco la mendicante iraniana, ecco il chitarrista gitano, ecco il barbone ubriaco o la studentessa di contrabbasso con il suo strumento - in attesa su binario- che fungono da colonna sonora o da cornice, a seconda dei casi.
Il Cielo di Parigi, il clima sempre uguale, il sole nascosto tra le nuvole ( o forse tra lo smog, per essere più realistici e meno romantici), gli alti livelli di estraneazione dei suoi abitanti, sono tutte cose che colpiscono, chi come me proviene dal paese del sole, il profondo e arido Sud. La gente lì sembra sempre non voler sprecare il suo tempo, e ogni contatto superfluo con quello che costituisce il limite oltre la propia pelle, è accuratamente evitato, a meno che non reputato necessario; lì non ti è permesso neanche di sfiorare qualcuno senza sentirti dire o dover dire "pardon", lì dove tutti sono troppo gentili, ma di una gentilezza diversa dalla nostra, meno calorosa e più formale, quasi come a voler mantenere il distacco, ed aumentare il limite di demarcazione, lo spazio vitale. E quando questo può essere evitato, eccoli lì sulle metro i parigini, a fingere di leggere un giornale, un romanzo rosa o d'apppendice, ad ascoltare musica sul proprio i-pod, o se occorre, leggere e al contempo ascoltare musica. Parlo di finzione si; spiegatemi voi come è possibile poter leggere seriamente qualcosa tra il rumore, il chiacchericcio di sottofondo, l'aria viziata, e il continuo alternarsi delle fermate... a meno che non si sia appena usciti da un corso di meditazione orientale. Anche i rapporti umani sono strani. Partecipare ad una festa e sentirsi sul bancone della carne dal carneziere, dove gli acquirenti arrivano, ti scrutano, chiedono il tuo numero di telefono, come se tutto debba essere dovuto. C'è chi lo fa con gentilezza, c'è chi invece è arrogante e sicuro di sè: se non sei tu è la prossima, se non è trinca è filetto. Nascosti dalla notte Hyde esce allo scoperto, la notte e il mistero ti rendono sicuro, soprattutto perchè sai che potresti essere chiunque, e questo aumenta la tua sicurezza. Ma di giorno è diverso, di giorno si ritorna alla vita caotica ed estraniante, di giorno sei pur sempre Jekill: eccitante dicotomia, ma pur sempre estraniante.
C'è chi paga questa etraniazione: ecco mentre estraniato e raccolto tra i tuoi pensieri, giunge a violentarti gratuitamente l'abitante della banlieue che stufo di tutta quest'urtante indifferenza, viene a gridarti addosso tutta la sua insofferenza verso quel sistema sociale dove è nato e cresciuto, camuffata da parole di odio contro di te, che sei bianca ed occidentale. Oppure ecco l'ubriaco che vomita davanti a tutti la sua disperazione per cercare invano di rompere quel muro asfissiante, citando a facendo inconsapevolmente propria tutta la filosofia di Artaud e del suo teatro (non a caso, tra l'altro, Artaud visse ed operò a Parigi)
Tuttavia questa metropoli non offre soltanto questo; per fortuna c'è qualcosa che riesce comunque a riscattarla, perchè essa possiede una bellezza affascinante: quella di una donna decadente di fine ottocento.
E' impagabile e ti risolleva da certe giornatacce per esempio, passeggiare durante la sera lungo la senna, mentre le luci dei lampioni o dei monumenti si rispecchiano tra le sue acque. A volte è bello soffermarsi ad osservarne i flutti, mentre il sole timido cerca di affacciarsi per poi riscomparire. Sono attratta da quel fiume, io che vivo in una città che per manie di onnipotenza chiama "fiume" quello che solo un tempo lo fu, ma attualmente miserio ruscello semi fognario. E che dire delle vetrate di Notre Dame, che quando sono illuminate dal sole, riflettono la loro eterea luce lungo le colonne o le mura di pietra? E poi le casette di Montmarte, che si affacciano su quel promontorio che domina Parigi in tutta la sua estenzione, piccolo ricordo di un villaggio rurale dei tempi andati.
E a volte ti capita di essere solo, e di star pensando a non so che cosa mentre sei seduto sul sedile di un vagone della metro, ed ecco che entra un chitarrista, che inaspettatamente comincia a suonare e a cantarti una delle tante canzoni che avevi ormai dimenticato, una di quelle che con se porta tanti bei ricordi che ancora per una volta riemergono dal buio dell'oblio; e mentre estasiato l'ascolti, facendoti cullare da quel nastro di immagini che passa per la tua mente, ti giri e ti accorgi che qualcun'altro insieme a te ha gli occhi lucidi, e come te canticchia. E' in quel momento che ti accorgi che il muro può essere abbattuto ogni tanto, e che in fondo, tutti coloro che ostentano tanta indifferenza, sono fatti di carne e sangue come te, e forse comprendi anche che il loro modo di essere freddi e distaccati, è solo un meccanismo di difesa necessario per sopravvivere in una grande metropoli.
fine primo tempo
Nonostante sia stata silenziosa, ho vissuto tante di quelle piccole esperienze, che più che per un importanza in sè in quanto vissuto, sono state in realtà dei buoni spunti di riflessione.
Ve li pubblico a distanza di qualche mesetto ( per questo postumi).
a) LA CASA DELLLE FARLFALLE
E' uno spettacolo molto interessante, che ho avuto modo di apprezzare allo Spasimo, il 29 Luglio, a proposito del SoleLuna Fest.
Un narrastorie irakeno , Yusif Jarallah, (di cui troverete il link del sito sul presente blog....se vi va date un'occhiatina), Racconta le vicende della guerra tra Iran e Iraq, utilizzando una tecnica narrativa antichissima, cadenziando e modulando il suono della voce, come un moderno Demodoco, con i ritmi scanditi dal tamburo, ora regolari, ora incalzanti, ora muto. Ad accompagnarlo, le melodie di un Ud e di un contrabbasso.
Ma...come raccontare, come rendere ad un pubblico ormai disabituato agli orrori della guerra, la cui conoscenza è solo quella mediata dai media, il dramma esistenziale di chi la guerra la vive, la sente dentro la propria anima, sulla propria pelle, la vede con i propri occhi?
" Abdul Al Samii è un flautista, uno che il flauto lo sa suonare veramente" ripete spesso Yhusif, come chiave di volta di una struttura narrativa che segue la tecnica del flashback, dei ricordi che ora compaiono, ora spariscono per lasciare il posto a riflessioni momentanee sulla realtà contemporanea, e per ricomparire...un continuo flusso di coscienza.
Ma cosa più della musica puoi aprire il nostro animo all'ascolto? Lo sapevano bene i greci, che ora come aedi, ora come lirici, ora come drammaturgi, ci presentano la parola narrante , sempre scandita da basi musicali.
E chi più dell'esperienza di un flautista, o meglio di un professore di flauto( come si evincerà nel corso della narrazione) può indurci a commozione, e a guardare il mondo insieme al suo animo sensibile, al suo animo che per tutta la vita aveva conosciuto solo la dolcezza del flauto?
Ecco come raccontare gli orrori della guerra! Ricorda molto Polanski e il suo pianista questa scelta. Tuttavia le modalità narrative sono differenti, prettamente mediterranee, e Yusif come un moderno Demodoco, ci narra attraverso il ritmo la guerra, allo stesso modo di Quel Demodoco il cui canto cadenziato descrive alla corte dei feaci, i drammi della caduta di Troia (Odissea, Libro VIII).
E' stato uno spettacolo davvero emozionante, ed è un vero peccato che non sia stato del tutto compreso nè seguito dai presenti, Accademici imbellettati e vestiti di tutto punto, più per farsi vedere, più per incontrare un fantomatico ambasciatore di non so quale stato, pronti a svignarsela al primo momento opportuno ( svignamento che per fortuna mi ha assicurato, dopo un po' d'attesa, un graziosissimo posto in terza fila!)in puro stile fantozziano!
b) IL TEMPIO DI ERA A SELINUNTE
Mi trovavo lì il pomeriggio del 3 agosto, perchè io e le mie compagne di danza (forse qualcuno di voi nn sa che faccio parte di un modesto corpo di ballo di danze orientali, bhè ve lo sottoscrivo!) di lì a poco avremmo eseguito l'ennesima replica dello spettacolo Mille e sette veli di Sabah benziadi.
Il palco, si trovava proprio davanti la piccola scalinata attraverso la quale si entra dentro il tempio, e il fatto che avremmo eseguito proprio lì il nostro spettacolo, mi ha permesso di visitare il tempio, ad orari estranei a quelli turistici.....non posso descrivervi l'emozione di trovarvi da soli in quel luogo, senza nessuno che possa disturbarti!Dopo un'accurata ispezione, mi sedetti in quella parte del tempio in cui è possibile scorgere il mare, e che dire: fu un'emozione molto grande, bellissima; In quella solitudine, godendo di quella calma, di quelle forme architettoniche e di quel mare, per un momento fu possibile avvertire l'esistenza del divino anche in quel posto, l'esistenza di una divinità decaduta e arcaica, che continua comunque a dimorare in quel posto, e la cui presenza è possible sentirla nell'aria e in ogni singola pietra.mentre osservavo il mare, pensai che il popolo greco, fu davvero un popolo amante della bellezza; comprendere questo solo dai libri di archeologia classica o da quelli di filosofia è difficile, bisogna viverlo; collocare l'acropoli di fronte il mare, in modo tale da concedere agli Dei un paesaggio gradevole, ma anche da riempire d'orgoglio i cittadini in ritorno a casa o di incutere timore e ammirazione agli stranieri, è un idea che solo a qui folli dei greci poteva saltare in mente!
Oggi finalmente ho dato l ultimo esame della sessione estiva (teoretica) , e avendo qui incontrato un mio caro collega, che tra l'altro a quanto pare, condivideva da tempo l'idea di ripristinare la sofistica;
abbiamo dunque pensato di lanciare un appello nel tentativo di ripristinarla, dopo due mila anni di ingloriosa assenza.
Oddio, non è che in realtà la sofistica sia mai stata debbellata, soprattutto in ambiente accademico, televisivo e pseudo culturale....anzi qui si è sviluppata con forme davvero sorprendenti!
Perchè allora, una volta e per tutte, non la ripristiniamo in via ufficiale?
Ecco qui che lancio un appello a tutti gli studenti di filosofia ( e non solo) :
RIPRISTINIAMO LA TERZA SOFISTICA COME MOVIMENTO ALTERNATIVO E COMPLEMENTARE ALLA FILOSOFIA!!!
Ovviamente, come ogni movimento che si rispetti, anche questo dovrà avere un suo manifesto, manifesto la cui redazione sarà eseguita e sottoscritta da tutti coloro che aderiranno all'iniziativa( le adesioni si raccolgono direttamente qui).
Nuova ondata di caldo a Palermo, e con essa rispuntano a Lettere i cari vecchi black out connessi all'eccessivo utilizzo dell'aria condizionata , che peggio di una droga provoca dipendenza e assuefazione, oltre che tendenza ad aumentarne la dose( che in questo caso specifico, coinciderebbe con la tendenza ad abbassare sempre di più la gradazione del termostato).
Tuttavia, a differenza della settimana scorsa, dove per grandiosa fatalità nessuno rimase bloccato nell'ascensore, ecco che oggi sei personaggi rimangono incastrati come sorci per una ventina di minuti.
Con l'aumentare dei minuti di prigionia, io e una mia collega, assistiamo ad un proporzionale aumento del tasso di isteria dei presenti; il terzo piano, luogo che coincideva con la cabina dell'ascensore, ben presto si riempì di personaggi di varia natura, tra professori, allievi, assistenti speranzosi nell'atto di sfregarsi le mani.
All'imrovviso, mentre si attendono i tecnici per la liberazione dei malcapitati, La prof. Caramuta, presa da premeditato attacco di inutile eroismo, dopo essersi precipitata al bar per comprare delle provviste per i reclusi, si lancia con la forza bruta delle sue braccia ad aprire le porte di ferro che la separa da loro, mentre dall'altro lato, la Professoressa Pizzo-Russo critica ad alta voce l'insano gesto.
Ma perchè ella avrebbe dovuto aprire le porte dell'ascensore? Per permettere un ricambio d'aria e per donare un po' di sollievo ai sei, in attesa della liberazione?
Niente di tutto questo....ecco che con parole di conforto, passa dell'acqua e dei panini ai malcapitati ( chi di noi non ha mai desiderato un bel panino, mentre rinchiuso in ascensore in pieno caldo, attende che qualcuno lo venga a tirare fuori?! ).
Il gesto servì se non altro, a fare salire l'audience d'attenzione dei presenti, che pian pianino si chiedevano l'un l'altro: " ma chi è rinchiuso dentro?", con conseguenziali scommesse " t'immagini se c'è Modica?" " No, io spero che dentro ci sia la Tagliavia" e così via, con annesse risatine sadiche.
Le nostre curiosità furono soddisfatte con l'arrivo dei tecnici: pian pianino vedemmo uscire storditi come mosche bidelli, assistenti e tra loro Russo, con sguardo perso nel vuoto, mentre guardandosi in torno cercava disperatamente la moglie.
Ma le insidie del caldo non finiscono qui.
Dopo qualche minuto, mentre mi trovavo nel giardinetto del corpo basso, intravedo piena di drammi esistenziali la Pizzo-Russo, mentre freneticamente cercava a destra e a sinistra il marito.
La vedo andare via dall'ingresso delle macchinette del caffè, per poi rispuntare dall'ingresso laterale del giardino, e per uscire nuovamente dall'ingresso delle macchinette, e così via.
Dopo una paio di giri e di ricerche, allarmata chiede ad un tizio " Hai visto mio marito?"...risposta negativa, allora, va via, uscendo dalla porta delle macchinette.
Dopo un minuto, sapete chi vediamo spuntare dall'ingresso laterale?
Il professore Russo, che a sua volta cercava la moglie, ripercorrendo lo stesso identico tragitto di lei!!!!
Inutile dire che anche lui uscì dall'ingresso delle macchinette, mentre da quello secondario spuntava la moglie, mossi entrambi da un folle istinto al "giro giro tondo" attorno alla facoltà.
Adesso sono le 18:50..... Dite che forse si saranno incontrati?
Dopo qualche incertezza, adesso la notizia è definitiva: ci smistano a Diderot....bhè meglio di niente ;-)
Per quanto riguarda il giallo della Sorbonne, purtroppo non abbiamo avuto più altre notizie, ma sembra che Roccaro, voglia proporre alla carissima Berestovoy di farci seguire e dare materie aumma aumma alla Sorbonne... se lo dice lui......